LA VITA DI GABRIELE D’ANNUNZIO
[Motto : Ho tratto da me l’uomo che era in me, quanti vi riescono?]
La vita di Gabriele D’Annunzio fu senza dubbio intensa, piena di avvenimenti, colpi di scena ed incontri rilevanti che la maggior parte delle volte si sono rispecchiati nelle sue opere. L’autore è sempre vissuto facendo dell’eccesso la ragione principale della sua esistenza ed in questo modo si è garantito la stimolazione costante della sua vena creativa.
Partendo dagli inizi, nacque il 12 marzo 1863 a Pescara (sulla terraferma e non a bordo del brigantino Irene come fece credere falsamente più volte), figlio legittimo di Francesco Paolo Rampagnetta D’Annunzio, e di Luisa de Benedictis.
Nato da un difficile parto, ma sanissimo e florido, Gabriele crebbe vivace e forte, sebbene minuto di corpo, in una casa ricca se non sfarzosa, tra stanze affrescate con scene mitologiche e dominate dai ritratti di Napoleone e Garibaldi. Primo maschio dopo due femmine, fu trattato come un piccolo re. Ebbe come esempio un padre carnale, forte, prepotente e senza freni che in una prima fase gli suscitò una certa ammirazione, ma più tardi si trasformò in una violenta ostilità.
Gabriele ebbe qualche primo rudimento d’istruzione in una sorta di asilo privato e poi fu guidato da un paio di maestri che lo prepararono per gli esami di ammissione al ginnasio, attraverso alcune letture decisive, come quelle dei narratori italiani del ‘500.
A novembre, compiuti 11 anni, entrò al prestigioso collegio Cicognini di Prato. Si staccò così dolorosamente dalla famiglia e dall’ambiente dov’era nato e cresciuto.
L’istituto era strutturato a guisa di un corpo militare e tutte le attività si svolgevano con il massimo rigore.
Dopo un esame d’ammissione mediocre, Gabriele arrivò ad essere il primo della classe e ben presto si svegliò in lui la passione per alcuni grandi poeti dell’antichità , Virgilio, Catullo e Ovidio e gli si manifestò l’inclinazione allo scrivere.
Mantenne sempre alti i suoi voto, ad eccezione del 6 in condotta che però non senza notevoli sforzi, riuscì a trasformare in un esemplarissimo 10.
Studiava di giorno e anche di notte e fin da giovane si era abituato alla lode e alla gloria.
Nell’autunno del 1879, decise di pubblicare il suo quaderno di poesie con il titolo di Primo Vere. Il volume conteneva 30 componimenti in gran parte dedicati agli amici. Si tratta degli inizi di un’attività letteraria e sono evidenti le ingenuità e le incertezze del poeta adolescente, ma si possono osservare già da allora i segni precisi di una ricerca espressiva che si farà col tempo esemplare ed imponente.
Gabriele cominciò presto a raccogliere i primi frutti della sua fama nascente ed accettò di buon grado le descrizioni che altri ne facevano di lui in quanto “esile giovanetto splendente di bellezza e di gloria nella purità dei lineamenti e nella dolcezza della fisionomia”.
Nell’inverno del 1880 aveva ormai toccato tutte le vette possibili nella sua condizione di studente liceale. Si era perfezionato nella scherma, nel canto, nella musica e nella pittura.
Negli ultimi mesi di scuola si innamorò di Giselda Zucconi (Elda/Lalla), la prima donna da lui amata profondamente e dalla quale è ricambiato; l’ispiratrice e la protagonista del Canto Novo, prova di una sensibilità esasperata. L’amore per Elda assume quasi il carattere di una vera malattia e pensa di sposarla il prima possibile, solo che non ottiene il consenso dei genitori tanto che il padre lo iscrive all’università di Roma pur di allontanarlo da Giselda.
Da 10 anni Roma era la capitale d’Italia, invasa dai politicanti, presa d’assalto dagli immigranti e dal ceto impiegatizio, da speculatori e avventurieri. In questa Roma, calò dall’Abbruzzo il giovane poeta ignaro di ogni problema politico e sociale, indifferente al travaglio del Paese.
Ben presto, diventerà il fantasioso e vivace cronista della vita romana, partecipando a ricevimenti mondani, balli,concerti, mostre d’arte, fiere di beneficienza, cerimonie religiose.
È probabile che D’Annunzio abbia abbandonato quasi subito le aule della Sapienza attirato e distratto da altre attività, infatti continuava a scrivere quasi ogni giorno alla sua Lalla e manteneva i contatti con le riviste con cui collaborava.
Nella primavera del 1882, stipulò il suo primo vero contratto per il Canto Novo e per Terra Vergine , raccolte che vennero accolte favorevolmente dal pubblico e dalla critica.
A luglio del 1883, dopo non pochi travagli, riuscì a sposare l’aristocratica Maria Hardouin di Gallese, facendo parlare tutta Roma. Dopo 9 mesi dal “peccato di maggio”, Gabriele divenne padre di Mariolino che poco dopo venne mandato dai nonni paterni per ristabilire così l’armonia coniugale dei genitori.
Non tardò a manifestarsi in lui il desiderio di porre fine alla sua monogamia anche se Maria lo seguirà sempre quando lui vorrà, restando in ombra durante l’ascesa del marito.
Nel 1887 incontrò Barbara Leoni, una donna sposata, bella e provocante, dotata di viva sensibilità poetica e di una piacevole vena di follia che in qualità di sua ispiratrice e musa, lo farà sentire un superuomo. Il rapporto con l’amante andava di pari passo con il suo matrimonio e pure il numero dei figli legittimi cresceva arrivando fino a 3. La moglie, stanca di miserie ed amarezze si gettò da una finestra riportando molteplici ferite e ammettendo molti anni dopo di aver avuto l’intento di suicidarsi.
Nell’Innocente, D’Annunzio utilizzò sensazioni e situazioni dei giorni del grave episodio.
Ad agosto del 1891 si trasferì a Napoli che lo accolse con entusiasmo ed ivi rimase per circa 2 anni. Ovviamente conobbe parecchie donne ma fu colpito particolarmente dalla principessa siciliana Maria Gravina Cruyllas, alta, slanciata e di una rara eleganza, sposata e madre di 4 figli.
Concluse inoltre un contratto che stipulava la pubblicazione dell’Innocente a puntate sul Corriere di Napoli. Tutta la città seguiva di giorno in giorno la vicenda narrata nel romanzo facendo crescere la notorietà dell’autore, a cui si aggiunse la notizia che il romanzo sarebbe stato tradotto e pubblicato in Francia.
L’autore dedicò il volume a Maria Gravina e la lasciò incinta a breve causando così la rottura definitiva con Barbara; seguì dunque un periodo turbolento intriso di problemi economici e ricco di scenate clamorose e insistenti dell’amante, ma finì col farvi l’abitudine.
Intanto sembra che D’Annunzio abbia mantenuto regolari contatti con la moglie e fino ad un certo punto abbia pure osservato i suoi doveri di padre.
Durante un soggiorno a Venezia incontrò l’attrice Eleonora Duse ed arrivò fino ad amarla non solo sensualmente, ma la considerò come una madre d’arte incarnando fedelmente il suo credo estetico.
Venne pure eletto deputato ma in una prima fase rimase indifferente ed estraneo alle vicende politiche.
Per quanto riguarda la comprensione dell’intima essenza femminile, essa ha sempre suscitato un grande interesse per D’Annunzio, infatti ogni volta e dovunque, vedeva naturalisticamente in qualsiasi creatura femminile un personaggio dei suoi libri e nello stesso modo, in ogni situazione un tema narrativo.
Nel 1900 uscì Il Fuoco, l’impietosa cronaca della vicenda d’amore del poeta della Duse. Il romanzo ebbe un successo straordinario dando origine ad un’infinità di supposizioni e pettegolezzi.
Nel 1903, pur avendo fatto il massimo per tenere per sè il poeta, avendogli dato tutto il possibile in passione e denaro, la Duse lo perde in favore della giovane marchesa Alessandra di Rudini ma sarà la sua immagine ad accompagnarlo durante la vecchiaia, tramite il busto marmoreo collocato nella sua Officina al Vittoriale.
Seguì un periodo di improduttività artistica improntato all’eccesso, infatti aveva la cattiva abitudine di spendere in anticipo più di quello che avrebbe incassato; i problemi economici sono sempre una costante.
D’Annunzio si stancò pure di Alessandra e volse le sue attenzioni alla contessa Mancini che dopo un assiduo corteggiamento cedette, segnando così il culmine della sua vitalità che in seguito al declino si trasformò in un lungo tramonto sul piano amoroso.
Dopo il formidabile successo della tragedia adriatica “la Nave” messa in scena l’inverno del 1908 alla presenza dei sovrani con conseguente incasso iperbolico di 28.000 lire, il poeta si trovava sulla buona strada per occupare il posto vacante di Vate della patria.
Un nuovo amore fa ingresso nella vita del D’Annunzio, la contessa russa Natalia de Goloubeff che gli rimase accanto per lunghi anni, dividendo con lui l’esilio francese imposto dalla pressione che i creditori esercitavano sul poeta (la questione finanziaria del è sempre stata intricata).
Con l’avvento della guerra, tramuta in azione un estetismo mai del tutto esaurito sulla pagina e con essa termina il suo duro esilio.
A maggio del 1915, acclamato dalla folla, D’Annunzio attraversa il confine a Mondane e arriva in Italia. Fin da subito si slancia in orazioni interventiste e fortemente antigovernative incoraggiando l’entrata in guerra contro l’impero austro-ungarico.
Non appena la guerra è dichiarata, parte per il fronte e partecipa a molteplici azioni, soprattutto con mezzi navali e aerei. Purtroppo nel 1916, durante un atterraggio forzato è ferito all’occhio destro che perderà e sarà costretto al buio e all’immobilità.
Sarà pluridecorato ed eroe di una guerra dalla quale l’Italia uscirà a testa alta, ma si preoccupa della cosiddetta vittoria mutilata. Infatti, nella conferenza di Parigi gli alleati giudicano illegittime le aspirazioni italiane sull’Istria e la Dalmazia e così, dopo essere stato il portavoce dell’annessione D’Annunzio diviene allora il “comandante” che con un gruppo di sostenitori marcia su Fiume e la occupa il12 settembre 1919.
Concluso l’episodio fiumano, D’Annunzio si ferma brevemente a Venezia e poi si trasferisce sul lago di Garda nella villa di Cargnacco.
Per quanto riguarda il rapporto con il partito fascista, esso può essere descritto come complesso; in una prima fase mantiene un certo riserbo anche se saluta Mussolini come “grande compagno” e “capo dei combattenti d’Italia” ma complessivamente tiene la sua adesione al fascismo più privata che pubblica. Ormai, il poeta psicologicamente e fisicamente provato è un pensionato di lusso che apprezza i regali del regime.
Nel 1924, quando Fiume viene annessa all’Italia, il re lo nomina principe di Montenevoso su consiglio di Mussolini stesso che pure si serviva di fondi segreti per finanziare D’Annunzio.
Per trasformare la villa di Cargnacco in un luogo che stimoli la sua creattività, egli propone di lasciarla in eredità allo stato in cambio delle spese per ricostruzioni e adattamenti. Nasce così il Vittoriale, impressionante monumento degli ultimi anni di D’Annunzio.
Ovviamente il Vittoriale fu teatro di più o meno importanti avventure amorose tra le quali la più rilevante rimane quella con Elena Sangro.
L’opera più significativa degli ultimi suoi anni è da considerare il Libro segreto, costruito su una frammentaria disposizione di riflessioni, ricordi, versi e progetti di opere non concluse, pubblicato nel 1935.
D’Annunzio morì il primo marzo 1938 nel suo studio, in seguito ad un’emorragia cerebrale, e fino nei suoi ultimi giorni le donne furono il suo unico divertimento e il suo tentativo estremo di ingannare la morte.
Il giorno dopo, il Duce stesso si recò al Vittoriale per porgere l’ultimo saluto al poeta. Si trattava dell’addio di un uomo che aveva saputo imporrre i propri sogni agli altri uomini.
Facendo delle considerazioni generali, anche se potrebbe sembrare riduttivo, Gabriele D’Annunzio è da annoverare fra i pochi scrittori italiani che siano riusciti a superare i confini della patria e a suscitare un interesse internazionale tanto solido.
Abile stratega della comunicazione, è pronto ad intervenire e a concentrarsi sull’interlocutore, a tralasciare i propri trascorsi in vista dell’immagine di se che ha l’intenzione di offrire, con l’accento sul fatto che però l’ultima opera che sta per essere compiuta, suggerisce di volta in volta la chiave di lettura per quello che ha scritto precedentemente, creando sempre un ponte armonioso tra passato e presente.
Fin da giovanissimo, ha tenuto conto della teoria di Darwin sull’evoluzione e nel suo caso, in quanto artista, egli considera che ad evolversi non è solo la specie ma soprattutto le opere (nel senso che quella successiva cambia in un certo modo le precedenti) e la lotta per la sopravvivenza non si limita solo alla vita ma si estende anche alla letteratura; non ci sono molte alternative, non rimane che rinnovarsi o morire.
D’Annunzio è reputato uno dei fondamentali rappresentanti del Decandentismo in Italia, vista la sua inclinazione al bello, la passione per l’abbigliamento elegantissimo e la tendenza di trasformare la vita in un’opera d’arte; inoltre è profondamente influenzato dalle correnti della letteratura francese, infatti, fa spesso riferimento alla teoria di Baudelaire sulle corrispondenze in base alla quale, dietro ad ogni cosa reale si nasconde il simbolo di qualcos’altro e la poesia ha l’abilità di svelare come per magia i misteri della vita.
L’autore si è sempre preoccupato di seguire i fenomeni culturali e le mode letterarie del suo tempo, mettendo così i suoi lettori in contatto con i più innovativi elementi della letteratura europea e possedendo un’abilità formidabile di percepire i gusti del pubblico e di modellare le sue opere in base ad essi. Così, tutto quello che veniva pubblicato risquoteva un successo immediato ed era subito tradotto in più lingue.
In conclusione, quello che si può affermare con certezza di D’Annunzio è che è impossibile che lasci qualcuno indifferente. È vero che magari non può piacere a tutti ma è da considerare un classico, dato che le sue opere trasmettono sempre qualcosa al mondo contemporaneo e il suo messaggio non smette mai di essere in qualche modo attuale.